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THE WEIGHT OF OTHERS

SS26 COLLECTION
con i testi di @martealpianodisopra

I sogni segreti di Debora con l’h

Deborah non ha mai amato il suo nome, lo ha sempre visto un po’ triste e di conseguenza associato a cose tristi. Tipo quelle donne di periferia con un enorme rosa tatuata sul seno destro o quei personaggi delle serie tv anni 90, la protagonista di “Rex, il cane polizziotto” un nome come Deborah Wunderman, Scheinder, Lingstarner. Quella roba lì.
Deborah ha ventisette anni, tre città alle spalle e un divorzio “ma come così giovane e sei già divorziata?” eh sì, te lo stai chiedendo anche tu, ecco un’altra persona aggiunta alla lista.
Deborah ha spesso seguito l’amore, le gallerie d’arte, le città fredde, ma da qualche anno ha lasciato Berlino e sentendosi “molto berlino” ma a Milano ora gira in motorino e vive fuori città, perché ha compreso che il contatto con la natura è l’unica cosa che davvero la rilassa e le fa avere un orgasmo senza cognizione di causa.
Il suo casco è pieno di adesivi colorati e presi da ogni parte del mondo, ma mica sono tutti suoi, lei sfrutta anche i viaggi degli altri per quegli adesivi “ah ma visto che vai in Thailandia non è che…” e così il suo casco è diventato riconoscibile e utile, indissolubile e fragile, che di certo non coprirà così bene il capo ma quel caso le ricorda che ogni giorno non deve essere uguale all’altro, perché in strada si può morire, ma anche nelle agende incrociate e tutte uguali.
Deborah parla tre lingue, ma dice sempre la cosa sbagliata, è che non sa dosare bene le parole “Il mio difetto più grande? Eeeh, sono troppo diretta” “Deb, ma questa è una qualità” “allora sono troppo sincera” “ecco un’altra qualità Deb”
Si conosce ma fatica a riconoscersi, in cosa? In tutto, nelle scarpe degli altri “perché la gente porta le all stars?” Nelle cene in piedi quando vuole stare seduta, nelle cene sedute quando le aspettative non si riconnettono a se stessa e capita vicino a chi proprio le sta sul cazzo e con cui, probabilmente, ci finirà a letto.
Magari durante una cena di natale, magari mentre si finge sorpresa da approcci banali “ma io e te ci siamo visti ad Alicudi, nel 2024?” O magari solo per tappare la bocca a qualcuno sperando che poi il favore le sia ricambiato sotto le lenzuola.
Deborah ha tante piante, diversi cartoni di latte che non berrà mai e un grande dubbio che la stanaglia ogni mattina: ma perché non esiste il latte frizzante? Ama le bollicine, le vacanze che chiama experience, le esperienze nuove tipo scoprire uno sport prima di tutti “faccio Lagree, che è un po’ pilates, un po’ meditazione, un po’ sti cazzi”
Parla anche con i muri, risolve problemi di cuore a tutti e si chiede esattamente dove si trova in questo momento il suo. Lava i denti in piedi, pranza con donne di una certa età per sentirsi al sicuro, mette lo smalto in ufficio perché non ha tempo, ama il cinema, anzi certi cinema frequentati da certi tipi, tutti sbagliati ma giustissimi per un mercoledì pomeriggio.
Deborah ama tutto ciò che fa, vive scalza e alla domanda “che cosa vuoi fare da grande?” Risponde sempre “Quello che non vuoi fare tu” odia essere corteggiata ma ama sentirsi bene in presenza altrui, scrive pagine e pagine di diario che non leggerà mai due volte ma che un giorno in tenera età pubblicherà per poter urlare una sola grande cosa:
“Signori, nella vita forse non ho combinato niente di buono, non ci ho capito un cazzo, ma dio quanto mi sono divertita”

Credits:
Creative director of brand and model: @centodiciotti
Art Director @fezucchini
Photographer @biancacedrone
Photographer Assistant @bibi_belluzzi
Set Designer @ngg_set_design
Stylist @mezzadrijacopo
MUA @mua.angelamada

08:45
Finirò prima io o il tubetto di Marvis?

Sono in ritardo ma non è colpa mia, o forse sì, sti cazzi, è andata così, anche oggi. Sarà che ultimamente sono distratta da questa perenne sensazione di aver dimenticato qualcosa, più cose o anche solo una ma di vitale importanza (almeno all’apparenza). Stamattina mi sento un po’ come i genitori di “Mamma, ho perso l’aereo”, che al momento del ’“allacciate le cinture” si rendono conto di essersi scordati il proprio figlio, in una sequenza surreale e iconica, tipica di una comicità anni Ottanta.
Ecco, oggi un po’ anni Ottanta mi sento anch’io e lo dirò subito al mio capo quando mi chiederà il perché del mio ritardo “Marco, oggi mi sento Amanda Lear, non posso venire a lavoro” o forse, la verità è che non ho mai smesso di esserlo. Mi sento un po’ come le foto sui muri dei ristoranti in cui il titolare abbraccia personaggi famosi a caso e che vicino a un selfie con Al Pacino che incredibilmente mangia all’osteria “tavola calda Bandito 3” troviamo il titolare con Walter Nudo, Valeria Marini e il doppiatore del Gabibbo. Mi sento come una videocassetta con il titolo del film scritto a mano sullo scotch, come crudo e melone, pennette alla vodka. E davvero non è colpa mia, forse la colpa è di questo specchio maledetto che non mi ritrae mai per intera, ma che mi divide, che mi spezza il baricentro, le periferie del mio “io” e che mi ricorda che non ho tempo per guardarmi per intero, mica dentro, ma almeno i piedi, non chiedo tanto. Lo specchio che mi ricorda che devo correre anche oggi e che ho dormito troppo poco, ed è colpa sua se mi fa sentire perennemente alla ricerca di quel qualcosa che sicuramente mi sono scordata e che forse non stavo neanche cercando. E chissà di cosa si tratta alla fine. Forse mi sono scordata di prendere l’ultimo raggio di sole, di scrivere a quel mio contatto girato da un altro contatto, che mi ero fatta dopo una serie di contatti che avrei voluto baciarlo, anzi no, non ho sedici anni, avrei proprio voluto scoparlo. Forse mi sono scordata di rilassarmi per davvero, di amare senza se e senza ma, senza virgole, di lavarmi per l’ennesima volta i capelli, i denti, le mani prima di pranzo, la coscienza dopo na marea di cose, o di ascoltarmi ancora un po’, di sapere benissimo chi vorrei essere dopo un tramonto e chi vorrei essere l’indomani, accettando anche l’idea che in questo periodo potrò continuare a cambiare personalità e vestiti ogni giorno, fingendo di essere qualcuno o semplicemente me stessa. “Cambiamenti” potrebbe chiamarsi la mia playlist di oggi, quella fatta di domenica pomeriggio, verso un qualsiasi ritorno a casa, verso una qualsiasi casa, un qualunque tornante, un rassicurante “scrivimi quando sei a casa” o un banale “ Voulez-vous un rendez-vous tomorrow?”.
E forse, chissà, se è lo specchio a rendermi così o se lo sono sempre stata, tipo quei locali che hanno deciso di chiamarsi bistrot e che, da un giorno all’altro, hanno tolto i menu dalle vetrine, gli stuzzicadenti dei samurai dalle tavole, le tovaglie dai coperti.
Non lo so, ci penserò tutto il giorno o solo un’ora, il tempo di non vestirmi e uscire con un buon sapore di Marvis in bocca.

11:11
Può una pedicure rivelare la forma dell’universo?

Sono le 11 e 11 e, per la prima volta in vita mia, mi sono seduta con un cuscino sotto al culo. Starò forse invecchiando? Cioè, io ho sempre odiato i cuscini sulle sedie, li trovo scomodi e, soprattutto, non ho bisogno di credere nei centimetri in più (vero Alex?), e ho sempre pensato che la comodità sia un concetto soggettivo.
Per esempio, quando vedo un divano, mi siedo per terra e poggio la schiena sul divano, per essere supportata dalle imbottiture e sopportata dal pavimento freddo che, in qualche modo, mi rassicura.
Alle 11 e 11 sono diventata multitasking per davvero e, credetemi, dopo che vi chiama il signor “Bencigrappa”, lo diventerebbe chiunque. Così ho tolto una scarpa, ho ignorato una mail e ho immerso i piedi in una bacinella bianca, stracolma di acqua tiepida e di agende incrociate, per fare una pedicure.
Avevo lo sguardo in cerca di pretesti e distrazioni, anche solo per non pensare a tutte quelle donne di mezza età vicino a me che mi guardavano con sospetto, domandandosi i miei gusti sessuali, il tipo di vino che aprirò stasera, il perché alcuni tatuaggi sembrino così tanto privi di significato e perché dia del tu con così tanta facilità.
E proprio mentre una ragazza silenziosa mi metteva in copia in un’altra mail, io mi tagliavo un’unghia, il mio alluce era in un pollice, e ho finalmente capito che, per fermarsi e respirare, ogni tanto serve soltanto farlo.
Che è una frase un po’ del cazzo, cioè di una banalità infinita, che mette quasi in imbarazzo.
Una di quelle banalità da cui vorresti proteggerti per non farti colpire, facendo da scudo umano a te e alle persone che ami.
Ma di questo pensiero banalissimo oggi me ne faccio prigioniera prima e portavoce poi.
Perché effettivamente bisogna davvero fermarsi per fermarsi. Per pensare, per capire e forse anche per sentirsi colpevoli e cercare di non sentirsi più.
Per non generare ansia, per sollevarla, per averne ancora un altro po'.
Dipende dai punti di vista.
Bisogna fermarsi per comprendere che una pianta del piede potrà rivelare molte più cose di quanto non siamo mai riusciti a dire. Può ricordare i posti in cui sono stata e tutti quelli che ho dimenticato, anche se ho lasciato un’impronta.
Fermarsi per apprezzare la forma dell’universo e la sua rotondità, per capire banalmente che il sole tramonta finalmente più tardi e che non sono come mia madre, perlomeno non ho l’alluce valgo. Che persino il giorno, allungandosi, ha deciso di esprimersi più a lungo, di restare altri cinque minuti, di fermarsi ancora un po'.
Perciò ora mi sento come in un vecchio libro di poesie, dove amanti passeggeri decidono di fermarsi a dormire per poi criticare il tuo ammorbidente e le lenzuola poco stirate.
Ecco, io sono come quei cuscini: non ci metto sopra il culo, ma solo la faccia.

13:05
Meglio sole e al sole, che sole al suolo

Perché le case in estate sembrano più brutte di quello che sono? Perché ci sembrano caotiche, sporche, più grasse, unte? È tipo quando guardi una porchetta e senti un crunch: tu sei pure vegetariano, maremma merda, ma quel crunch farebbe gola anche a chi non ha più voce, a chi non ha mai parlato, a chi non sa più esprimere i propri sentimenti.
E forse sarà per questo che odio la pausa pranzo, perché alla fine è proprio di sti benedetti sentimenti che si parla sempre in mensa. Sarà che mentre mangi un boccone, insieme al cibo vanno giù anche le cose che non capisci: è come se venissero addolcite, è come se, con la panza piena, fosse tutto concesso.
Durante un pranzo può succedere qualsiasi cosa perché, mentre usi la forchetta, alla fine sai che va bene così. Infatti il telegiornale viene mostrato a pranzo o a cena: mentre mangi passano notizie orrende e tu pensi che è proprio buona sta porchetta.
Tra un “dove andremo a finire” e un “hai sentito che disgrazia” c’è di mezzo un “vabbè, passami il sale”.
Ed è di sti benedetti sentimenti che sento parlare ogni giorno in quei luoghi gelidi, da aria condizionata e bresaola appena uscita dal frigo, che vorrebbe scappare anche lei da questo indeterminato ma non lo fa mai.
È di sentimenti che parliamo in questi ruoli rigidi che ci autoassegniamo ogni giorno davanti a un piatto dietetico: “Eh ma tu sei un malessere”, “Eh no, in questo caso lui è proprio un dominatore, tipico della Vergine di fine agosto”.
E alla fine la colpa è nostra, che ci autoincoroniamo qualcuno sentendoci leggermente più alti di Napoleone, ma con le stesse Waterloo settimanali, sentimentali, alimentari.
Perciò anche oggi non ci sto e mi creo il mio personalissimo Tropico del Cancro.
Oggi vorrei proprio essere un bagnino nella mia testa, per salvare quelle idee galleggianti nella mia spiaggia libera, nella mia abbronzatura invidiabile, nelle mie agende scarabocchiate di peni non troppo grandi e di pene d’amore gigantesche, di numeri non salvati, di wishlist che ho già scordato: “Ah, è vero, bella quella borsa”, di liste della spesa che faccio e rifaccio come la solita domanda: ma che me magno oggi?
Forse non mi è dato saperlo, forse Paolo è ancora fuori città, forse sta fame che mi è venuta alla fine risolve sempre tutto, forse hanno ragione i miei colleghi a dire che tutto sto cibo perlomeno ci ricorda che la guerra è lontana, ancora per un po’.
Lo sento: alla fine anche oggi il cibo risolverà delle cose, ne comprometterà altre, rimetterà in ordine le mie intenzioni, i tuffi che non ho ancora fatto perché, in fondo, anch’io sono un po’ codarda, che vorrei buttarmi per davvero e invece butto solo tempo; che anch’io, come un tuffatore, vorrei essere elegante e avere il costume gonfio.
Ma intanto prendo il sole e penso che casa mia ha proprio bisogno di una rinfrescata. Intanto prendo il sole e mi condisco ancora un po’, ancora un po’.

16:22
A caval Donato, ci pensiamo domani

Tutte le volte che vorrei fare qualcosa di facile, mi sembra di arrivarci in modo difficile. Tipo: perché ogni volta che mangio un gelato da sola mi distraggo e penso a cose profonde? Sarà sto zucchero in eccesso o il freddo che arriva al cervello?Non lo so. Fatto sta che con un cono alla crema faccio sempre autoanalisi e mi vengono in mente ricordi impegnativi o volti che avevo scordato.
Tipo quando l’iPhone mi mostra le facce delle persone scrivendomi: "I tuoi ricordi". Ma cazzo, fatti gli affari tuoi.
Così, mentre finisco per rimpiangere di non aver aggiunto, per soli ottanta centesimi, la panna al cono, ripenso a cinque anni fa, a quando, mentre tutti si tagliavano i capelli per provare a cambiar vita, io smettevo di fare qualcosa di banale, tipo bere il latte. Di scaldarlo, di sorseggiarlo direttamente dal cartone. Smettevo di bere il latte per evitare di assumere ciò che, nel giro di pochi giorni, sarebbe stato destinato ad andare a male, a scadere e, dato che alle scadenze, un po' come all'app del meteo, non credo, smettevo deliberatamente di assumerlo e mi sentivo originale.
Così, da quella mattina, ho iniziato a cercare la vita nelle sostanze senza scadenza, nelle posture libere e sconnesse, nelle letture inutili, nei messaggi che non hanno un senso ma che le mie amiche puntualmente cercano di decifrare. "Marco mi ha scritto un WhatsApp con il punto alla fine. Ma secondo te che vorrà dire?"
Così adesso, mentre divoro il mio cono, penso che, senza accorgermene, i capelli, alla fine, li ho tagliati anch'io. Sarà ipocrita? No, ho solo tante personalità.
Dopotutto è estate e vivo a Milano: come posso essere coerente?
Alla fine io, come questa città, non lo sono mai e chi cerca di capirci forse dovrebbe solo viverci con trenta gradi, parlare poco e munirsi di alcuni elementi fondamentali: come un piano B, un piano sequenza, un secondo piano senza ascensore ma con due finestre enormi capaci di far entrare corrente.
Solo in questo modo ci scopriremo e lo faremo con così poca stofa da farci persino eccitare. Ci scopriremo nelle camicie a righe, nei jeans tagliati, nell'edera bruciata e sciolta come il marciapiede sotto casa, nei ghiaccioli industriali che tendono a sollevare la solitudine nei parchi e le abbronzature a metà.
Così oggi ho scelto di ricordare, ma ho dimenticato quasi tutto.
Ho dimenticato le sensazioni che si provano quando le attese finiscono, ho dimenticato di chiedermi se avevo davvero fame, di dare importanza all'ora, al presente e alle guance rosse, ai baci sulle fronti sudate, alle camicie di lino e alle maglie oversize, alla nostalgia che si inietta sempre nello stesso modo, all'ago senz'aria e all'aria senza finestre, e che le 16 sono l'ora più indicata per cambiare vita o taglio di capelli.

19:53
Titoli di testa

Ho chiuso gli occhi e non c’era il buio, c’eri tu, dall’altra parte, che guardandomi mi chiedevi: “Ma quanto cazzo fumi?”.
Ho l’ansia ma non so di cosa, forse ansia per colpa di questa immotivata e improvvisa ansia, l’ansia di avere troppa ansia per fare le cose più semplici, per reagire a situazioni banali, tipo uno che mi taglia la strada: “Ci son le strisce, stronzo”. L’ansia di prendere una decisione e allora sai che c’è? Non decido.
Quando abbiamo scoperto che dovevamo per forza tutti prendere una decisione? Avere le idee chiare? Capire, gioire, giocare? Quando abbiamo scoperto che tutti dovevano necessariamente conoscerci? “Ah, come dico sempre io”, “Eh, chi mi conosce lo sa”, “Io, se faccio così, è perché so che reagisco in questo modo”.
Io invece non so niente, che ogni tanto vorrei urlarlo, ma a chiunque. Tipo prima al signore scorbutico ma dolce che mi ha chiesto se volessi i popcorn S, M o XL, che neanche fossimo da Zara. Ecco, a lui vorrei dirgli, guardandolo negli occhi: “Oh comunque io, alla fine, io non ci capisco un cazzo eh”.
E forse avrebbe scelto lui per me, che ogni tanto non fa male. Ogni tanto sarebbe bello che qualcuno con le idee chiare ti dicesse: “Guarda, faccio io”. Un po’ come un cameriere che odia aspettare e che ti propone antipasti misti mare e monti, un mix di tutto, una bella impepata di cozze di fianco a un tagliere di salumi della Valtellina accompagnati dalla voce del cameriere: Raga, faccio io.
E va bene così, va bene mischiare, mescolarsi e forse solo così, alla fine, capirsi.
Ora vado al buio, ma solo perché amo la luce.
Ora chiudo gli occhi ma non c’è nero, solo un titolo di testa e poi uno coda che mi fa ricordare dei volti, una coda di paglia, una coda sciolta e riagganciata che è una specie di soluzione a ogni male, a ogni apericena, a ogni indecisione.
Oggi non decido, osservo, guardo, sogno e non è mai stato così bello.

21:22
Dio benedica i carboidrati

Ogni tanto la vita somiglia a un enorme all you can eat pronto a benedire la mia fame costante, la mia fame verso qualsiasi cosa, la mia fame reale e immaginaria che mi fa vedere il cibo ovunque. “Queste strisce pedonali oggi mi sembrano dei cremini.
Persino i miei sentimenti hanno la forma del cibo: la rabbia è una specie di burrata che, una volta tagliata, fa cadere tutto in basso e senza avvisare, che poi ti ritrovi il muso sporco e anche un po’ di rancore per averla divorata così in fretta.
La gioia è una scamorza, anzi il naso di una scamorza, quello super salato, quello che non puoi mangiare sempre e che, per arrivarci, devi prima finire tutto il resto o iniziarlo.
La noia, un vitello tonnato, uno di quei piatti che di base non ha senso e che chi ha inventato evidentemente non sapeva prendere una decisione, non sapeva ascoltarsi e capire se aveva voglia di pesce o di carne, così li ha uniti, mettendosi in difficoltà.
Ecco, chi ha inventato il vitello tonnato era un annoiato cronico.
La vita è una tavolata enorme dove qualcuno, sedendosi, avrà sempre fede verso qualcosa, avrà sempre speranze e pensieri positivi, e chi non ce l’ha gli verranno sicuramente, perché davanti a uno spaghetto al pomodoro non puoi non credere che ci sia una divinità più grande che ti rassicura dicendoti:
Ma magna, ma che te frega, magna”.
Così la mia fame costante mi muove perennemente alla scoperta di cose, mi muove verso le persone, verso le mie inutili curiosità. “Ma quanti abitanti avrà San Marino?”, verso la voglia di crescere quando sei piccola: “Voglio diventà grande”, la voglia di crescere a lavoro: “Voglio diventà grande”, la voglia di viaggiare sempre di più e a tariffe scontate: “Voglio diventà grande”.
La vita è un piatto unico dove puoi mischiare di tutto, è una di quelle trattorie che ha ancora le tovaglie, i tovaglioli al collo come vecchi pistoleri, polvere da sparo da usare solo al momento opportuno, è uno spaghetti western e una sorella con la quale confessarti: “Sorella, oggi ho peccato, ho messo del formaggio sulla pasta al tonno e, mentre Giulio mi baciava, ho aperto gli occhi”.
La vita è una brochure di un'agenzia viaggi. È tutta all inclusive. Ti promette mare cristallino, bambini che viaggiano gratis e aperitivi perfetti, poi però ci infila anche il gioco aperitivo, le zanzare, il temporale del sabato e quella strana malinconia che arriva proprio quando sei finalmente riuscito a rilassarti.
Eppure continuiamo a cascarci. Negli stessi errori, in quelli nuovi, in quelli che avevamo promesso di non ripetere.
Ma alla fine, a fine serata, l’importante sarà sedersi, prendere del sale e pensare:
“Ma che me frega, ma famme magna”.